Chi allora aveva sentito raccontare della Grande Crisi del '29 mai avrebbe potuto immaginare che i mercati finanziari sarebbero piombati nello stesso incubo quasi sessant'anni dopo. Il 19 ottobre 1987 in tutte le Borse mondiali si consumò il peggiore crollo azionario di tutti i tempi, in un giorno che fu battezzato come il lunedì nero di Wall Street. In verità il terremoto finanziario non riguardò solo la Borsa americana, anzi le prime scosse telluriche si ebbero già nei mercati asiatici fin dalle prime luci dell'alba.
Lunedì nero di Wall Street: cosa successe?
L'apertura delle Borse asiatiche cominciò sin da subito all'insegna di una serie di vendite inspiegabili e disastrose. Nessun fatto economico motivava un accanimento così furioso verso i titoli azionari delle società quotate. Dopo le prime vendite i trader entrarono nel panico più totale e gli stop loss dei sistemi informatizzati saltavano uno dopo l'altro spingendo gli indici azionari sempre più in basso.
La seduta di Hong Kong si chiuse con un catastrofico -45% e la reazione dei mercati europei fu una logica conseguenza. Londra terminò le contrattazioni perdendo il 26,4%, Madrid con un tonfo del 31%, Milano si salvò relativamente dalla tempesta lasciando per strada il 6,4%. L'America si sfracellò perdendo il 22,6%, peggio di quanto fece nel crash di Wall Street degli anni venti.
A contribuire allo sconquasso generale anche il fatto che molto operatori non poterono recarsi alla Borsa di Londra il venerdì precedente per via di una violenta tempesta che aveva paralizzato il Paese. Quel lunedì quindi, in preda al panico, cominciarono a chiudere forsennatamente tutte le posizioni aperte il giovedì.
Un'indagine condotta negli Stati Uniti dalle Autorità di Regolamentazione rilevò poi che vi furono delle strategie computerizzate note come index arbitrage e portfolio insurance, secondo cui il prezzo dei futures tende ad allinearsi a quello delle azioni. Essendo che le quotazioni dei futures erano arrivate a un valore del 20% inferiore rispetto a quello azionario, il sistema si adeguò di conseguenza e partirono gli ordini di vendita. Il resto lo fece poi il panic selling dei trader.
Il giorno successivo Wall Street bloccò l'uso delle contrattazioni automatizzate per i contratti a termine, mentre Chicago chiuse la trattazione dei derivati per alcuni strumenti.
Lunedì nero di Wall Street: contesto economico
Al di là di tutte le spiegazioni razionali, una vera causa che chiarisse con estrema certezza ciò che successe quel 19 ottobre in realtà non c'è. Nulla faceva presagire uno schianto di quelle proporzioni, anche perché l'economia americana veniva da un periodo di grande spolvero sotto le politiche economiche liberiste di Ronald Reagan, supportate in Europa da quelle di Margaret Thatcher. Tutto questo si riflesse nelle quotazioni azionarie che nel decennio precedente erano cresciute del 180%.
Uno dei pochi tumulti in quegli anni che turbarono l'equilibrio dell'economia globale fu il crollo del prezzo del petrolio nel 1986, però questo non implicò in alcun modo sintomi recessivi come in altre situazioni simili. L'unico segnale di turbolenza si ebbe pochi giorni prima il tragico evento, quando l'Iran lanciò due attacchi in Kuwait presso le petroliere americane, cosa che fece perdere quota al Dow Jones. Ai più però il calo azionario sembrò semplicemente una correzione dopo anni di incessanti rialzi.
Lunedì nero di Wall Street: le conseguenze
Nei giorni susseguenti al lunedì nero entrò in campo la FED, allora guidata da Alan Greespan. Insieme ad altre Banche Centrali, l'istituto monetario americano si rese protagonista di abbondanti iniezioni di liquidità sui mercati per sostenere le quotazioni e dissuadere i trader a vendere sull'onda emotiva.
Con la presenza rassicurante della Federal Reserve, gli operatori ripresero fiducia e tornarono ad acquistare riportando i corsi azionari a recuperare completamente le perdite prima della fine dell'anno e a chiudere il 1987 in rialzo. Questo dimostrò al di là di ogni dubbio che il driver del crollo azionario di quel giorno fu di natura tecnico-speculativa e non legato ai fondamentali dell'economia. Infatti la differenza con il crash del '29 e con quello del 2008 fu il fatto che non seguì una crisi economica, anzi l'economia continuò a crescere, così come i mercati azionari che nel 1988 fecero registrare nuovi record.
Tuttavia lo shock finanziario provocato spinse le Borse a correre ai ripari introducendo la sospensione delle contrattazioni quando le perdite azionarie superavano il 10% e in atto si profilavano sospetti di movimenti speculativi. Allo stesso tempo gli algoritmi sono stati sempre più perfezionati non prevedendo in automatico la brusca chiusura delle operazioni ma adottando una certa flessibilità in base alle situazioni di mercato.
Grazie a queste misure il verificarsi di altri cigni neri come quello dell'attacco alle Torri Gemelle e il fallimento della Lehman Brothers provocarono sui mercati delle perdite più contenute. Ad ogni modo quello fu forse il primo esempio di come l'effetto della globalizzazione può scatenare delle reazioni a catena che a volte si mostrano essere anche disastrose.